Per segnalazioni di grazie ricevute attraverso l'intercessione della Beata

o per ulteriori informazioni, non esitate a contattare la Diocesi di Padova:

"Diocesi di Padova - Ufficio per le cause dei Santi - postulatore Mons. Pietro Brazzale"

(via Dietro Duomo, 15 - 35139 PADOVA; tel. 0498226111 - fax 049.822615 mail info@diocesipadova.it)

Beata Eustochio

Beata Eustochio
Beata Eustochio, Vergine patavina, Prega per Noi!

giovedì 30 settembre 2010

Messe di Liberazione e Guarigione celebrate da don Sante Babbolin

Con il presente post intendiamo mettere a conoscenza i lettori del nostro Blog della possibilità di partecipare ogni terzo Giovedì del mese alle ore 17.00 alla S. Messa celebrata dal noto esorcista e teologo don Sante Babbolin presso la Chiesa di S. Pietro in Padova dove è venerato il corpo della B. Eustochio.
Un Sacerdote sarà presente per amministrare il Sacramento della Riconciliazione ai fedeli che desiderano accostarsi alla S. Comunione durante la Celebrazione.
La S. Messa sarà preceduta dalla recita del S. Rosario e durante la celebrazione si pregherà per gli ammalati e coloro che ritengono di essere afflitti da diaboliche tentazioni ed ossessioni.
Data la gravità della questione invitiamo chiunque lo desideri e ne senta la necessità a parlare di simili disturbi prima con il proprio parroco e in seguito, sentitone il parere, con un sacerdote espressamente incaricato del ministero dell'Esorcisma. ( N.B. in virtù del sacramento dell'ordine ogni presbitero è investito della funzione di esorcista ma in alcuni casi si delega il compito a religiosi più esperti e preparati onde evitare spiacevoli incomprensioni)
Certo la protezzione della B. Eustochio è molto valida e potente contro gli assalti infernali, le ossessioni, le possessioni e le tentazioni diaboliche.
Dall'esperienza personale di molti esorcisti si evince la grande capacità liberatoria e apotropaica svolta dalla B. Eustochio, specialmente nelle vicinanze della sua tomba dove, a detta di un sacerdote, l'esorcisma acquista un valore ancora più grande ed un'efficacia straordinaria.
La B. Eustochio ci fornisce le armi contro il Male: Fede, Preghiera e carità, tutto il resto è nelle mani di Dio e dobbiamo essere certi che Lui non permetterà che nessuno dei suoi figli vada perduto.
Amen.

mercoledì 18 agosto 2010

Accettare la sofferenza

“Perché bisogna soffrire? Perché quaggiù l'Amore puro non esiste senza sofferenza”
(Santa Bernardetta Subirous)
Quando il dolore fisico strazia le nostre membra oppure mentre angosce spirituali attanagliano il nostro cuore spesso, anzi quasi sempre, chiediamo a Dio di liberarcene e pensiamo che non solo sia un bene, ma anche giusto farlo.
In fondo il benessere per noi è una garanzia minima, lo stretto indispensabile per andare avanti, e in parte è vero; ma se riduciamo il tutto alla ricerca del benessere, indipendentemente dai mezzi con cui lo perseguiamo, saremo sempre e solo degli edonisti, dei cercatori di piacere in questa vita terrena.
Mi spiego meglio: Se mentre soffriamo cerchiamo conforto in ogni modo e soprattutto attraverso pratiche di liberazione e guarigione, legate a doppio filo con certe nuove correnti di pensiero in seno al cristianesimo stesso, non faremo altro che trattare alla stregua di deità pagane le persone della Trinità! Esculapio s’invocava nell’isola Tiberina contro il male, in Grecia era Asclepio che, in forma di serpente, presiedeva al medesimo compito.
Ma ricordiamo, la religione pagana era legata a questa vita terrena poiché, salvo alcune correnti legate ai culti misterici di matrice orfico-pitagorica, non si prendeva nemmeno in considerazione un aldilà ben definito, e ricordo che gli inferi Virgiliani e Omerici non sono che l’eco remota di tradizioni che avevano scarso seguito o come minimo erano seguite col beneficio del dubbio, se vogliamo riassumere la questione con una considerazione icastica nel mondo antico tutti erano praticanti ma i “credenti” erano ben pochi, al punto che il Cristianesimo, salvo le resistenze da parte delle autorità, prese ben presto il posto dei formalismi dei Gentili.
Ora, la Fede della Chiesa ci insegna che
-L’anima nostra è immortale
- La vita di chi crede è eterna
- questa vita non è che un attimo verso l’eterno e nell’eterno
Da queste chiare ma imprescindibili premesse ne deriva che:
La vita non è cominciata quando siamo venuti al mondo ma è da sempre ( per definizione l’eterno non ha limiti né al principio né alla fine) dunque siamo in una fase di passaggio, siamo incamminati verso la vetta che è Cristo. Ricordate bene: “ Chi cerca la propria Vita la perderà” infatti, la vita terrena, paradossalmente, è negazione di quella divina in Cristo al punto che L’Apostolo più volte ha occasione di fare notare come l’uomo vecchio debba morire in Cristo per rinascere nuovamente in Lui.
Sebbene il disprezzo del mondo e le relative pratiche ascetiche siano state mitigate in termini pratici non ne viene meno la sostanza: La vita dell’uomo è come un soffio quella che conta è la vita dell’anima, al punto che S. Francesco, che pure esaltava il creato, dice
Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po' skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male
Opponendo alla buona morte del corpo quella tremenda dello spirito, la morte secunda ( qui secunda si presta a duplice interpretazione cioè nel senso di secondo cioè dopo la prima in termini cronologici, ovvero secunda nel senso di infausta, ma al di là della lettera il senso non cambia)
Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 36Proprio come sta scritto:
Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno,
siamo trattati come pecore da macello.
37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. 38Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, 39né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. ( Ep ad Romanos 9, 35-39)

Ecco un brano veramente significativo che vorrei condividere con tutti, infonde nel nostro cuore il coraggio dei martiri che sentendo sul loro collo il fiato dei leoni cantavano inni di ringraziamento piangendo di Gioia come spose e sposi vicini al congiungimento con l’amore della loro vita.
Ricordo Ignazio di Antiochia, Vescovo e Martire, certo egli non ha chiesto di essere guarito ma con ardore ha desiderato fare della sua esistenza un olocausto gradito a Dio, e dopo di lui sono innumerevoli i Santi martiri che fino ai nostri giorni hanno testimoniato il Cristo nel loro Sangue.
Non è forse tradire la fede in Dio rifiutare la sofferenza? Non è forse un controsenso ricordare il sacrificio di tanti Santi quando il nostro unico desiderio è essere liberati da quella stessa sofferenza che ha reso loro Grandi?
Anche i santi non martiri hanno fatto della loro vita un’offerta, morendo non una ma mille volte, ogni giorno.
Alcuni hanno confortato coloro che dovevano confortarli e del letto di ospedale hanno fatto un altare.
Guardiamo con diffidenza chi usa la religione per guarire il corpo e accettiamo di buon grado la corona di Spine con cui Dio stesso ha cinto il capo del suo figlio diletto, se l’avremo saremo tra gli eletti poiché condividere anche in minima parte la sorte del Cristo non è disgrazia ma gioia indicibile.

lunedì 16 agosto 2010

Ma a che punto si trova la causa della Beata Eustochio?

"I nostri dubbi sono dei traditori che ci fanno spesso perdere quei beni che pur potremmo ottenere, soltanto perché non abbiamo il coraggio di tentare."
Il drammaturgo e grande poeta Shakespeare ci viene in soccorso per spiegare a voi, lettori, per spiegare a che punto si trovi il processo di canonizzazione della Beata Eustochio.
Quella del tentare è proprio la disposizione d'animo che deve assumere costantemente il postulatore diocesano, Mons. Pietro Brazzale, il quale, più di una volta a noi collaboratori della postulazione ha avuto modo di dire che quella riguardante la nostra amata Eustochio è una causa non senza difficoltà di percorso.
Il primo a voler discernere gli elementi a favore e contro la sua canonizzazione, come il Tribunale delle Cause dei Santi d'altra parte, è prorpio la sequela di devoti che affollano ogni terzo giovedì del mese la cappella della Beata, insieme a Mons. Sante Babbolin, esorcista incaricato dalla Diocesi e guida del gruppo di preghiera del "Rinnovamento dello Spirito".
Lucrezia Bellini fu dichiarata beata tra 1760 eil 1767 da Clemente XIII, il veneziano vescovo di Padova che tanto nel cuore aveva alcune figure della città anche quando raggiunse la sua residenza papale.
Le virtù eroiche o i miracoli attribuiti ad Eustochio erano tante, la complessità di un processo canonico era tale da impedire a molte personalità eccellenti nella santità di vedersi riconosciute tali. La scienza medica al servizio delle cause dei santi oggi sono esponenzialmente più severe.
Lucrezia Bellini, monaca benedettina, secondo la tradizione posseduta, secondo le valutazioni mediche preda di una degenerazione isterica, ma secondo un parere moderno della postulazione entrambi gli aspetti coesistono come l'esteriorizzazione fenomenica di un malessere spirtituale interiore.
Il punto sul qule l'opinione pubblica del mondo ecclesiastico, tanto padovano quanto universale, tanto dibatte è l'esigenza oggi di vedere proclamata santa una donna dalla dubbia ricostruzione storica e spirituale, la cui causa è stata accelerata dalla presenza sul soglio pontificio di un vescovo padovano (non dimenticheremo ad onor del vero la quantità di santi polacchi canonizzati da papa Giovanni Paolo II, risalenti all'XI-XII secolo, con la presunzione di poterne ricostruire la figura storica e religiosa, come la regina Edwige o la regina Cunegonda).
La domanda è "Cosa può dire ancora la Beata Eustochio? Come può illuminarci?". Difficile inoltrarsi nell'universo nascosto dello studio della demonologia in ambito cristiano, non ne abbiamo le competenze nè è queto il fine (rimandiamo alla bibliografia di Mons. Babbolin).
Noi una risposta l'abbiamo, ma non vogliamo renderla nota ora: se avete delle risposte, voi tutti devoti a questa figura, inviatecela presso infoeustochio@libero.it, e le pubblicheremo!

lunedì 5 luglio 2010

La MIsericordia di Dio è la Luce che vince la Notte: la Beata Eustochio partecipe della Luce di Cristo

di Lorenzo Fazzini, da "Avvenire" (3 Marzo 2010)

hi pensa che il diavolo non esista dovrebbe rispolverare Charles Baudelaire: «La più grande astuzia del demonio è far credere che egli non esiste». Ma che fine ha fatto il Maligno nella teologia e nella predicazione? Tra gli scaffali Belzebù si è – in maniera variegata – ripresentato. Si trovano testimonianze di chi, per missione, si occupa di spiriti maligni.

Bibliografia essenziale:
  • Memorie di un esorcista (Piemme) è il nuovo titolo di padre Gabriele Amorth, intervistato da Marco Tosatti.
  • Il Rito. Storia vera di un esorcista di oggi (Sperling&Kupfer) di Matt Baglio, cronista americano,da poco dato alle stampe;
  • Gino Oliosi, esorcista di Verona, ha spiegato Il demonio come essere personale (Fede&Cultura).
  • Io combatto il demonio gli fa eco don Ferruccio Sutto (Biblioteca dell’Immagine). Sutto afferma che in 13 anni ha ricevuto dal Triveneto 9 mila persone «che ritenevano di essere oggetto di attenzioni da parte di Satana».

Recente è l’agghiacciante resoconto A tu per tu con il diavolo.

Una famiglia perseguitata dal maligno (San Paolo), opera di due autori anonimi. Più spirituale San Francesco di Sales e la sua lotta contro il diavolo di Gilles Jeanguenin (Paoline). Oggi sono circa 300 gli esorcisti in Italia: al Pontificio Ateneo Regina Apostolurum di Roma vi è un corso per allontanatori del Principe delle tenebre; proprio oggi a Palermo si apre un corso per esorcisti in Sicilia.C’è chi del demonio si occupa scientificamente.

Come padre Moreno Fiori, domenicano, specialista in satanismo, il cui ultimo lavoro è Spiritismo, satanismo, demonologia, edito da Aleph.

Ed è Fiori, residente a Cagliari, a dar fuoco alle polveri: «La maggior parte dei libri recenti sulla demonologia non si possano ritenere di rilevante valore scientifico e di indiscutibile incidenza teologica». Come mai? «Molte di queste pubblicazioni sono di carattere divulgativo, con uno scarso apparato critico e una bibliografia spesso abborracciata.

In alcuni casi poi, per esempio il teologo specializzato in demonologia Josè Antonio Fortea, redige il suo Trattato di Demonologia più completo al mondo (sic!) senza una nota critica né un riferimento al Magistero o ad opere precedenti. Il Trattato è presentato come un "libro che ci trasporta, in pieno XXI secolo, nell’universo ancestrale della possessione diabolica e ci insegna come affrontare e sconfiggere la parte più tenebrosa della Creazione". Come ritenere un’opera simile un trattato scientifico?».

Ma parlare del diavolo «fa male» alla fede? «Le pubblicazioni divulgative sul diavolo, demoni, possessioni ed esorcismi, possono fuorviare i lettori meno attenti e più semplici dal depositum fidei tramandato dal Magistero. Alcuni scritti contengono affermazioni contrarie alla dottrina della Chiesa: ad esempio la negazione dell’essere personale del diavolo, l’esasperazione del suo potere sull’uomo e nel mondo insinuano, con tale pandemonismo, perniciose credenze superstiziose che ingenerano paure».

Colpa del silenzio dal pulpito?

Ovvero: quale prete parla del diavolo in un’omelia? «È vero, non si affronta questo tema che crea imbarazzo. Oppure lo si approccia in maniera retrò, non più consona al nostro tempo».

Don Chino Biscontin, docente di omiletica alla Facoltà teologica del Triveneto, è esplicito nel mettere in guardia da due estremi: «Negare l’esistenza del diavolo a causa della difficoltà postmoderna di pensarlo. Ed evitare una religione dualista per cui vi è una divinità maggiore, Dio, e una minore, il diavolo, con la sua autonomia. E invece il maligno, dopo la resurrezione di Cristo, non possiede l’autonomia di prima». Ma perché parlare di più del Maligno? «Per un guadagno: si possono sgravare le spalle degli uomini dalla responsabilità del male del mondo». Don Biscontin suggerisce un’idea: «Nell’iter teologico di formazione dei futuri preti l’insegnamento sul diavolo andrebbe reso autonomo, mentre oggi è inserito nell’antropologia teologica. Così i predicatori di domani eviteranno di dire fesserie». Ma in una predica come spiegare che il diavolo opera? «Quando si sente di adulti che schiavizzano i bambini come soldati in Africa, se si pensa alla violenza gratuita della guerra nei Balcani, in questo vedo il diavolo in azione come una forza più grande degli uomini».

Don Severino Dianich, tra i più noti teologi italiani, evidenza che «a livello teologico oggi la presentazione sul diavolo è corretta. Invece è squilibrata nell’opinione pubblica, dove tale interesse è cresciuto molto: esorcismi, esoterismo e mistero aggrovigliano molte persone, e questo è un serio problema». Dianich boccia l’ipotesi di corsi teologici ad hoc sul diavolo: «Si darebbe un’importanza sproporzionata a questo tema». Secondo don Dianich sono due le necessità impellenti: «Un’interpretazione teologica che butti acqua sul fuoco: bisogna parlare più di Dio che in Cristo ci ha liberati dal diavolo». E poi? «È necessaria una certa critica a questa tendenza esoterica, che alla fine è un dato gnostico: rappresenta un allontanamento dalla cristologia storica del fatto-Gesù».

sabato 8 maggio 2010

Supplica alla Madonna di Pompei (scritta dal Beato Bartolo Longo)



Supplica alla Madonna di Pompei
(da recitarsi l'8 maggio e la prima domenica di ottobre a mezzogiorno)

I. - O Augusta Regina delle vittorie, o Vergine sovrana del Paradiso, al cui nome potente si rallegrano i cieli e tremano per terrore gli abissi, o Regina gloriosa del Santissimo Rosario, noi tutti, avventurati figli vostri, che la bontà vostra ha prescelti in questo secolo ad innalzarvi un Tempio in Pompei, qui prostrati ai vostri piedi, in questo giorno solennissimo della festa dei novelli vostri trionfi sulla terra degl'idoli e dei demoni, effondiamo con lacrime gli affetti del nostro cuore, e con la confidenza di figli vi esponiamo le nostre miserie.
Deh! da quel trono di clemenza ove sedete Regina, volgete, o Maria, lo sguardo vostro pietoso verso di noi, su tutte le nostre famiglie, sull'Italia, sull'Europa, su tutta la Chiesa; e vi prenda compassione degli affanni in cui volgiamo e dei travagli che ne amareggiano la vita. Vedete, o Madre, quanti pericoli nell'anima e nel corpo ne circondano: quante calamità e afflizioni ne costringono! O Madre, trattenete il braccio della giustizia del vostro Figliuolo sdegnato e vincete colla clemenza il cuore dei peccatori: sono pur nostri fratelli e figli vostri, che costarono sangue al dolce Gesù, e trafitture di coltello al vostro sensibilissimo Cuore. Oggi mostratevi a tutti, qual siete, Regina di pace e di perdono.
Salve Regina.

II. - È vero, è vero che noi per primi, benché vostri figliuoli, coi peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù, e trafiggiamo novellamente il vostro Cuore. Sì, lo confessiamo, siamo meritevoli dei più aspri flagelli. Ma Voi ricordatevi che sulla vetta del Golgota raccoglieste le ultime stille di quel sangue divino e l'ultimo testamento del Redentore moribondo. E quel testamento di un Dio, suggellato col sangue di un Uomo-Dio, vi dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori. Voi, dunque, come nostra Madre, siete la nostra Avvocata, la nostra Speranza. E noi gementi stendiamo a Voi le mani supplichevoli, gridando: Misericordia!
Pietà vi prenda, o Madre buona, pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri fratelli estinti, e soprattutto dei nostri nemici, e di tanti che si dicono cristiani, e pur dilacerano il Cuore amabile del vostro Figliuolo. Pietà, deh! pietà oggi imploriamo per le nazioni traviate, per tutta l'Europa, per tutto il mondo, che torni pentito al cuor vostro. Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia.
Salve Regina.

III. - Che vi costa, o Maria, l'esaudirci? Che vi costa il salvarci? Non ha Gesù riposto nelle vostre mani tutti i tesori delle sue grazie e delle sue misericordie? Voi sedete coronata Regina alla destra del vostro Figliuolo, circondata di gloria immortale su tutti i cori degli Angeli. Voi distendete il vostro dominio per quanto son distesi i cieli, e a Voi la terra e le creature tutte che in essa abitano sono soggette. Il vostro dominio si estende fino all'inferno, e Voi sola ci strappate dalle mani di Satana, o Maria.
Voi siete l'Onnipotente per grazia. Voi dunque potete salvarci. Che se dite di non volerci aiutare, perché figli ingrati ed immeritevoli della vostra protezione, diteci almeno a chi altri mai dobbiamo ricorrere per essere liberati da tanti flagelli.
Ah, no! Il vostro Cuore di Madre non patirà di veder noi, vostri figli, perduti. Il Bambino che noi vediamo sulle vostre ginocchia, e la mistica corona che miriamo nella vostra mano, c'ispirano fiducia che noi saremo esauditi. E noi confidiamo pienamente in Voi, ci gettiamo ai vostri piedi, ci abbandoniamo come deboli figli tra le braccia della più tenera fra le madri, ed oggi stesso, sì, oggi da Voi aspettiamo le sospirate grazie.

Salve Regina.

Chiediamo la benedizione a Maria:

Un'ultima grazia noi ora vi chiediamo, o Regina, che non potete negarci in questo giorno solennissimo. Concedete a tutti noi l'amore vostro costante, e in modo speciale la vostra materna benedizione. No, non ci leveremo dai vostri piedi, non ci staccheremo dalle vostre ginocchia, finché non ci avrete benedetti.
Benedite, o Maria, in questo momento, il Sommo Pontefice. Ai prischi allori della vostra Corona, agli antichi trionfi del vostro Rosario, onde siete chiamata Regina delle vittorie, deh! aggiungete ancor questo, o Madre: concedete il trionfo alla Religione e la pace alla umana società. Benedite il nostro Vescovo, i Sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano l'onore del vostro Santuario.
Benedite infine tutti gli Associati al vostro novello Tempio di Pompei, e quanti coltivano e promuovono la divozione al vostro Santo Rosario.
O Rosario benedetto di Maria; Catena dolce che ci rannodi a Dio; Vincolo di amore che ci unisci agli Angeli; Torre di salvezza negli assalti d'inferno; Porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell'ora di agonia; a te l'ultimo bacio della vita che si spegne. E l'ultimo accento delle smorte labbra sarà il nome vostro soave, Regina del Rosario della Valle di Pompei, o Madre nostra cara, o unico Rifugio dei peccatori, o sovrana Consolatrice dei mesti. Siate ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo. Così sia.
Salve Regina.

(vero testo della Supplica scritta dal beato Bartolo Longo)

Madonna di Pompei

L’icona della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei (alta cm 120 e larga cm 100) presenta l’immagine della Madonna in trono con Gesù in braccio; ai suoi piedi, san Domenico e santa Caterina da Siena. La Vergine reca nella mano sinistra la corona del Rosario che porge a santa Caterina, mentre Gesù, poggiato sulla sua gamba destra, la porge a san Domenico. In questo quadro si possono riconoscere tre grandi spazi. Lo spazio in alto, nel quale l’umile ma solenne figura di Maria in trono invita la Chiesa a portarsi verso il mistero della Trinità. Lo spazio in basso è quello della Chiesa, il corpo mistico, la famiglia che ha in Gesù il suo capo, nello Spirito il suo vincolo, in Maria il suo membro eminente e la sua Madre. Lo spazio laterale, rappresentato dagli archi, porta al mondo, alla storia, verso cui la Chiesa ha il debito di essere “sacramento”, offrendo il servizio dell’annuncio evangelico per la costruzione di una degna città dell’uomo. La via che unisce questi spazi è il Rosario, sintesi orante della scrittura, posta quasi come fondamento ai piedi del trono, e consegnato dal Figlio e dalla Madre come via di meditazione e assimilazione del Mistero. Quest’icona fu data a Bartolo Longo da Suor Maria Concetta De Litala, del Convento del Rosariello a Porta Medina di Napoli. La religiosa l’aveva avuta in custodia da padre Alberto Radente, confessore del Beato. Per trasportarlo a Pompei, il Longo l’affidò al carrettiere Angelo Tortora che, avvoltala in un lenzuolo, l’appoggiò su di un carro di letame. Era il 13 novembre 1875, data di nascita della Nuova Pompei, ricordata ogni anno con una giornata di preghiera, durante la quale i fedeli, ammessi alla venerazione diretta del Quadro, affidano alla Vergine le loro speranze. È straordinario vedere come, fin dalle prime ore del mattino, migliaia e migliaia di persone di ogni età, provenienza e ceto sociale, si mettano ordinatamente in fila ed attendano, anche diverse ore e, talvolta, in situazioni climatiche veramente difficili, per stare più vicini alla Madonna ed esprimerle con affetto i loro sentimenti più intimi. Il quadro, però, necessitava di un restauro e fu posto alla venerazione dei fedeli soltanto il 13 febbraio 1876. Nello stesso giorno, a Napoli, avvenne il primo miracolo per intercessione della Madonna di Pompei: la dodicenne Clorinda Lucarelli, giudicata inguaribile dall’illustre prof. Antonio Cardarelli, guarì perfettamente da terribili convulsioni epilettiche. In seguito, Bartolo Longo affidò l’Icona al pittore napoletano Federico Maldarelli per un ulteriore restauro, chiedendogli anche di trasformare l’originaria Santa Rosa in Santa Caterina da Siena. Nel 1965, fu effettuato, al Pontificio Istituto dei Padri Benedettini Olivetani di Roma, un restauro altamente scientifico, durante il quale, sotto i colori sovrapposti nei precedenti interventi, furono scoperti i colori originali che svelarono la mano di un valente artista della scuola di Luca Giordano (XVII secolo). Nello stesso anno, il 23 aprile, il Quadro fu incoronato da Paolo VI nella Basilica di San Pietro. Nel 2000, per il 125° anniversario, il Quadro ha sostato per cinque giorni nel Duomo di Napoli, dove è stato venerato da migliaia di fedeli. Il ritorno a Pompei è stato fatto a piedi, seguendo il tracciato del 1875, con diverse soste nelle città della provincia. Per tutto il giorno centinaia di migliaia di persone hanno affollato il percorso di trenta chilometri che separa Pompei dal capoluogo. Quando, in piena notte, il Quadro è tornato a Pompei, è stato accolto da una città in festa. Il 16 ottobre 2002, il Quadro è tornato a piazza San Pietro, per esplicita richiesta del Papa Giovanni Paolo II, che, accanto alla “bella immagine venerata a Pompei”, ha firmato la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, con la quale ha introdotto i cinque nuovi misteri della luce, ed ha indetto l’Anno del Rosario. Anche durante il suo secondo pellegrinaggio a Pompei, il 7 ottobre 2003, Papa Wojtyla è stato accolto sul palco posto dinanzi alla Basilica dall’icona della Vergine di Pompei, da lui tanto amata.

venerdì 7 maggio 2010

Mese di Maggio 6

Come è stato più volte ribadito, maggio è il mese della Vergine, e con essa, della preghiera con la quale la Chiesa le affida tutte le sue richieste, il Rosario.
Perchè questa preghiera è entrata così in profondità nel cuore degli uomini? Così possiamo riassumere dalla prefazione del testo "Il segreto ammirabile del Rosario" di San Luigi Maria Grignion de Monfort.
Il rosario è innanzitutto definito come una preghiera devozionale, in quanto non viene dedotta, come il Pater Noster, dai testi evangelici, a carattere litanico, ovvero attraverso la ripetizione continuativa della medesima orazione, forma tipica del rito latino della Chiesa cattolica.
La chiesa per tradizione, ne attribuisce la nascita ad un'apparizione della Madonna con la consegna del rosario a San Domenico.
Le sue origini sono tardomedievali: fu introdotto dall'ordine domenicano e diffuso, soprattutto dal Seicento, grazie alla diffusione delle "Confraternite del Santo Rosario", la prima delle quali risale al 1476.
Fu approvata, a nome del Papa, dal Cardinale Alessandro Nanni Malatesta, legato pontificio e Vescovo di Forlì. Non essendo momento della liturgia della Chiesa, questa pratica ha subìto notevoli varianti nel corso dei secoli.
La preghiera consiste in cinque serie di dieci Ave Maria unite alla meditazione dei Misteri (eventi, momenti o episodi significativi) della vita di Cristo e di Maria.
Il nome significa "corona di rose", con riferimento al fiore mariano per eccellenza, simbolo della stessa Ave Maria. La versione integrale della devozione, oggi poco diffusa, prevede la contemplazione di tutti i venti misteri e quindi la recita, tra l'altro, di duecento avemarie (prima dell'aggiunta dei cinque Misteri luminosi, nel 2002, si contavano quindici poste per complessive centocinquanta avemarie).
La Madonna, secondo la mistica apparizione a San Domenico, detta pertanto Vergine del Santo Rosario è venerata nel Pontificio Santuario di Pompei.
La parola "rosario" deriva da un'usanza medioevale che consisteva nel mettere una corona di rose sulle statue della Vergine; queste rose erano simbolo delle preghiere "belle" e "profumate" rivolte a Maria. Così nacque l'idea di utilizzare una collana di grani (la corona) per guidare la meditazione. Nel XIII secolo, i monaci cistercensi elaborarono, a partire da questa collana, una nuova preghiera che chiamarono rosario, dato che la comparavano ad una corona di rose mistiche offerte alla Vergine. Questa devozione fu resa popolare da San Domenico, il quale, secondo la tradizione, ricevette nel 1214 il primo rosario dalla Vergine Maria, nella prima di una serie di apparizioni, come un mezzo per la conversione dei non credenti e dei peccatori. Prima di San Domenico, era pratica comune la recita dei "rosari di Padre Nostro", che richiedevano la recita del Padre Nostro secondo il numero di grani di una collana.
Nel 1571, anno della Battaglia di Lepanto, Papa Pio V chiese alla cristianità di pregare con il rosario per chiedere la liberazione dalla minaccia turco-ottomana. La vittoria della flotta cristiana, avvenuta il 7 ottobre, venne attribuita all'intercessione della Vergine Maria, invocata con il rosario. In seguito a ciò il papa introdusse nel Calendario liturgico la festa della Madonna del Rosario per quello stesso giorno. Sempre nel XVI secolo si ha la fissazione definitiva dell'ultima parte dell'Ave Maria, che nella parte finale aveva numerose varianti locali. Altri personaggi che hanno contribuito alla diffusione di questa preghiera sono il Beato Alano della Rupe con il suo Salterio di Cristo e di Maria del 1478, san Luigi Maria Grignion da Montfort con il suo libro Il segreto ammirabile del Santo Rosario, ed il beato Bartolo Longo (fondatore del Santuario e delle opere di carità di Pompei) considerato l'"Apostolo del Santo Rosario". Un altro impulso si ebbe nei secoli XIX e XX con le apparizioni di Maria a Lourdes e a Fatima.

Presentazione "La Chiesa di San Pietro in Padova e la Beata Eustochio"

Stabat Mater (Z. Kodaly)